Frammenti di musica.
Testimonianze di canto medievale nell’Archivio di Stato di Sondrio (secoli XI–XIV)
Significato e intento dell’incontro.
Per comprendere la natura e la portata dei frammenti liturgici è necessario accennare ad elementi della storia dei codici, che contenevano le preghiere e i canti per la celebrazione dei riti cristiani. La storia viva conosce dinamiche che postulano elementi di novità e di abbandono. Nel caso di libri liturgici pergamenacei, i due momenti possono convivere in molte forme.
- Ad esempio quella della loro stratificazione, mediante contenuti nuovi che si aggiungono, sostituiscono o correggono elementi già esistenti. Così nel messale comasco conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (H 247 Inf.) appaiono aggiunte le pagine iniziali contenenti le letture arcaiche definite «secundum Patriarcham».
- Quello della cessazione d’uso di codici ritenuti desueti o inadatti per varie cause, come il Graduale comasco conservato alla Biblioteca capitolare di Vercelli (CLXXXVI) ricco di tropi non più praticati. Ma raramente questo abbandono d’uso nel medioevo coincideva con la distruzione; talora alla defunzionalizzazione fa riscontro un fenomeno positivo nel senso di un incremento di sacralità del libro, che testimonia la continuità della tradizione e valorizza aspetti di vario segno (natura artistica, portata identificativa, fonte memoriale). Ciò spiega pure la conservazione di codici interi ritenuti come sorgenti o paradigmi, seppure ormai lontani, nel succedersi delle esperienze celebrative.
Le cause della defunzionalizzazione che provocarono l’abbandono d’uso sono molteplici e di varia natura. Si richiamano qui le più evidenti.
- Anzitutto è connaturale alla natura stessa dei codici il degrado per usura che, nonostante la resistenza delle membrane, toglie al codice la dignità adeguata al suo servizio.
Altre cause più numerose e frequenti consistono principalmente:
- nel rapido evolversi delle grafie, specialmente quelle musicali, di modo che a una generazione successiva diventa difficile o impossibile decodificare la scrittura precedente. Ad esempio a Chiavenna sono conservati presso l’archivio capitolare di San Lorenzo tre frammenti che testimoniano il rinnovamento librario dei messali a circa ottant’anni di distanza, a partire dalla seconda metà del secolo XI.
- nel progressivo arricchimento contenutistico delle preghiere derivante da mutazioni collegate a sensibilità culturali, a ragioni teologiche, all’evolversi della spiritualità, all’imporsi di prassi sociali, all’integrazione di nuovi programmi per feste o di preghiere per varie necessità, ad ibridazioni legate a interscambi tra esperienze di varie chiese, ad elementi di creatività locali in un regime liturgico non normato centralisticamente. Così si rileva ad esempio nel codice comasco conservato nell’Archivio capitolare di Intra (San Vittore, 10 (3) ), che contiene una sezione di Alleluia con i versetti evangelici, probabilmente copiata da un codice precedente e qui aggiunta posteriormente in relazione alle feste dei santi.
- nell’introduzione della stampa: il passaggio dal codice manoscritto, costoso, esemplare unico alla serialità di libri identici, visivamente più fruibili, di più agevole acquisto. Ancora a Chiavenna è conservato un messale incunabolo proveniente da una officina tipografica di area tedesca.
Tuttavia il fenomeno veramente ‘rivoluzionario’, che mutò la prospettiva in relazione all’abbandono degli antichi manoscritti va individuato nel programma di riforma liturgica indotta dall’evento del concilio tridentino (terminato nel 1563), la cui primaria preoccupazione era quella di reprimere abusi rituali e deviazioni dottrinali. Di fatto, però, questa pur necessaria revisione sfociò in un piano centralistico di uniformità secondo le decisioni dell’autorità romana. Con l’imposizione dei libri tipici rinnovati – anche se non costrittiva per le aree liturgiche in possesso di dispositivi rituali almeno bicentenari – di fatto i codici antichi vennero abbandonati: il contenuto canonico delle pagine aveva ormai il suo surrogato negli esemplari stampati. A Como i testi della tradizione liturgica locale ebbero la possibilità di una edizione a stampa con il Breviarium Patriarchinum nuncupatum secundum usum Ecclesiae Comensis (1585) e la Instructio seu Canon ad dicendas Missas servato ritu Comensis Ecclesiae iuxta novam reformationem (pure del 1585); ma tale autonomia già autorizzata non durò nemmeno per un ventennio, a causa della posizione giurisdizionale della diocesi legata al patriarcato di Aquileia il quale decise l’adesione alla linea romana.
I libri antichi su pergamena furono sostituiti, come già avveniva usualmente per le suddette motivazioni nella prassi delle Chiese. Ma soprattutto perché erano giuridicamente superati e il loro uso effettivo avrebbe persino costituito una forma di arbitrio e di insubordinazione. Fu avvertito pertanto come lecito il loro riuso, per utilizzi pratici in virtù della loro materialità o per vendita. E i notai, che di membrane necessitavano nell’esercizio della loro professione (soprattutto per il confezionamento dei protocolli di imbreviature), furono certamente tra i principali acquirenti; oppure quelle membrane funsero da ‘moneta di pagamento’ per i loro servizi prestati alle chiese locali in qualità di professionisti della scrittura. Così alcuni di questi reimpieghi di pergamene, usciti dal contesto di utilizzo primario, sopravvissero, perché caratterizzati da un supporto non solo in grado di resistere allo scorrere del tempo, ma qualificante per una loro ‘rimessa in gioco’ nelle varie modalità di reimpiego. I codici pertanto furono smembrati. Le pagine, conservate perché coriacee, vennero riutilizzate per farne coperte flosce o rinforzi di angoli e dorsi; furono tagliate, talvolta cucite tra di loro, per raggiungere il formato desiderato per il nuovo uso o per avere uno spessore maggiore. Talvolta vi furono sovrascritte intestazioni o numeri di segnatura relativi alla nuova sede di riutilizzo. La defunzionalizzazione ormai corrispose allo smembramento dei codici, alla frammentazione che valorizzava soltanto l’elemento materico.
Anche in diocesi di Como, questo contesto determinò la dispersione di un patrimonio locale assai ricco. Infatti in diocesi, se è minimale il numero di codici conservati integri o quasi (almeno allo stato attuale delle conoscenze), di contro l’elevatissimo numero di frammenti fa intravvedere la dovizia numerica e la varietà tipologica di codici esistenti e utilizzati per il culto. Un fatto di rilievo per la provvisione di codici, a partire dal XV secolo per le terre valtellinesi, fu la frammentazione delle pievi in parrocchie, che determinò la moltiplicazione di codici copiati da vari archetipi e in varie sedi: ad esempio il processionale–rituale di Postalesio, oggi conservato presso la Biblioteca Trivulziana di Milano (n. 364), che fu probabilmente copiato da un analogo codice conservato nell’antica pievana di Berbenno, a sua volta oggi attestato da alcuni frammenti custoditi nell’archivio parrocchiale. In altri casi i codici erano stati acquistati, come accadde a Delebio in seguito all’ordine della visita pastorale decretata da Gerardo Landriani (1437–1445) avvenuta nel febbraio 1445: «Item et quod emant pro ipsa ecclesia unum librum sacramentorum» (Canobbio, La visita pastorale di Gerardo Landriani alla diocesi di Como, Milano 2001, p. 138).
In sintesi: talvolta la storia sembra avere un flusso continuo; invece, a meglio riflettere, appare evidente la mutevolezza della memoria culturale dei tempi. Essa non si perpetua automaticamente ma continua ad essere tràdita, comunicata, riplasmata, adattata, rivitalizzata. Individui e culture la costruiscono interattivamente attraverso la ripetizione della ritualità sociale, la comunicazione linguistica, la ricchezza dei linguaggi non verbali (immagini, suoni, luoghi…). La storia non è una superficie liscia, ma è fatta di fratture, di “sganciamenti” (Michel Foucault): ogni frattura – come sottolinea Krzysztof Pomian – destituisce una certa classe di prodotti dalla loro funzione epocale e ne causa il decadimento a prodotto di scarto, l’abbandono e l’oblio.
Tuttavia la defunzionalizzazione dei codici può non essere, proprio in grazia ai reimpieghi, l’ultimo stadio della loro storia di trasmissione: con i frammenti continuano a vivere: tracce involontarie, residui ‘accidentali’ di memorie culturali. Tanto che in anni recenti è emersa la consapevolezza del valore di queste tracce; è in corso una riappropriazione del loro senso oltre alla materia, con il riconoscimento della ‘sostanza’ da essi tramandata, con la lettura in filigrana della memoria culturale che esse conservano.
Ed è questo il significato e l’intento della serata.
Essa contribuisce a ‘ridare senso’ a quattro frammenti che un tempo furono parte di antichi codici liturgici, ora conservati all’Archivio di Stato di Sondrio tra le pergamene di reimpiego. Apre qualche spiraglio sul vissuto da loro testimoniato e ridona risonanza a voci e messaggi.